Non basta più chiedersi che cosa studiare. Per molti laureati il problema comincia dopo: capire come trasformare conoscenze, competenze e titolo universitario in un’identità professionale comprensibile per il mercato del lavoro. Nella comunicazione, attraversata dalla trasformazione digitale e dalla nascita di ruoli sempre più specializzati, la distanza tra formazione e professione è diventata una questione concreta.
I numeri aiutano a definirne i contorni. Secondo il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel 2025 le competenze digitali sono considerate di importanza medio-alta o alta per il 66,9% degli ingressi di laureati. Se si considera più in generale la necessità di possederle, la percentuale sale al 93,7%.
L’università, intanto, ha già cominciato ad adeguarsi. Gli obiettivi formativi della classe di laurea L-20 in Scienze della comunicazione definiti dal Ministero dell’Università e della Ricerca richiamano espressamente le trasformazioni prodotte dalla digitalizzazione e dalla convergenza dei media. Tra le competenze previste figurano l’analisi degli utenti dei media e delle piattaforme digitali, oltre alla conoscenza di tecniche e tecnologie della comunicazione.
Il passaggio dagli studi al lavoro, tuttavia, resta meno lineare. Il Rapporto AlmaLaurea 2025 rileva che, a un anno dal titolo, il 39,3% degli occupati con laurea di primo livello e il 31,9% di quelli di secondo livello non utilizza in misura elevata le competenze acquisite all’università e svolge un lavoro per il quale la laurea non è formalmente richiesta. Il fenomeno risulta particolarmente consistente anche nell’area politico-sociale e della comunicazione.
È in questo spazio che si inserisce Campus to Career, progetto annunciato il 24 luglio 2026 dal Registro dei Comunicatori Digitali. L’obiettivo dichiarato è costruire un collegamento tra formazione universitaria e professioni della comunicazione digitale, aiutando chi proviene da percorsi accademici coerenti a rendere più leggibili competenze e possibile collocazione professionale.
L’impostazione annunciata non prevede un’iscrizione automatica al Registro sulla base della sola laurea: dovrebbero essere valutati percorso universitario, coerenza delle competenze e loro riconducibilità a uno specifico profilo professionale. Il progetto guarda inoltre a possibili collaborazioni con università, dipartimenti, corsi di laurea, master ed enti di formazione per iniziative di orientamento e raccordo con il mondo professionale. Modalità di accesso e criteri di valutazione non sono però ancora definitivi: Campus to Career risulta tuttora in fase di progettazione.
Va chiarita anche la natura del Registro. Il suo regolamento lo definisce uno strumento privato e volontario nell’ambito delle professioni non organizzate disciplinate dalla legge 4/2013, precisando che non costituisce un ordine o collegio professionale, un albo pubblico, un titolo accademico o un’abilitazione statale.
È proprio questa distinzione a rendere interessante il confronto con il sistema universitario. L’ateneo forma e rilascia titoli accademici; il mercato chiede competenze traducibili in attività e responsabilità precise. Tra questi due mondi resta uno spazio di orientamento e riconoscibilità professionale ancora da esplorare.
Per i comunicatori digitali la partita potrebbe giocarsi qui: non sostituire la laurea con nuove etichette, ma riuscire a rendere evidente ciò che dietro quella laurea una persona ha imparato a fare. Campus to Career prova a muoversi in questa direzione. La verifica decisiva arriverà con la definizione dei criteri e, soprattutto, con l’eventuale coinvolgimento concreto delle università.

