Ci sono ritorni che profumano inevitabilmente di nostalgia. E ce ne sono altri che hanno senso soltanto se riescono a liberarsi del passato. Quello di Roberto Mancini alla guida della Nazionale italiana appartiene probabilmente alla seconda categoria. Il ricordo di Wembley è ancora lì. Impossibile cancellarlo e sarebbe persino sbagliato provarci. L’11 luglio 2021 l’Italia diventò campione d’Europa battendo l’Inghilterra a casa sua e completando una delle trasformazioni più sorprendenti della storia recente degli Azzurri. Mancini aveva preso una Nazionale ferita dalla mancata qualificazione al Mondiale 2018 e l’aveva trasformata in una squadra riconoscibile, coraggiosa e soprattutto nuovamente convinta delle proprie possibilità. Adesso, però, Wembley non basta più.
Il nuovo corso della Nazionale italiana deve necessariamente partire da ciò che è stato, ma senza diventarne prigioniero. Roberto Mancini e la Nazionale: un ritorno che guarda avanti. La seconda Italia di Mancini non può essere semplicemente la riedizione della prima. Sono cambiati i giocatori, è cambiato il calcio e soprattutto è cambiata la situazione della Nazionale. Il commissario tecnico eredita una squadra che ha bisogno di ritrovare continuità e punti di riferimento, ma contemporaneamente deve accelerare quel ricambio generazionale che nel calcio italiano viene invocato da anni. La prima indicazione sembra essere chiara: cercare nuovi giocatori, allargare la base della Nazionale e concedere spazio a chi può rappresentarne il futuro.
Ricostruire significa anche trovare un equilibrio tra chi arriva e chi conosce già il peso della maglia azzurra. La parola giovani accompagna inevitabilmente ogni tentativo di rifondazione della Nazionale italiana. Ma c’è una differenza sostanziale tra convocare un giovane e costruire davvero una Nazionale intorno a una nuova generazione. Il talento deve essere individuato, accompagnato e messo nelle condizioni di esprimersi. Soprattutto deve avere il diritto di sbagliare. La Nazionale può diventare uno dei luoghi nei quali accelerare questa crescita, a condizione di non trasformare ogni giovane promessa nel nuovo salvatore del calcio italiano dopo novanta minuti giocati bene.
Prima costruiamo il campione, poi spesso siamo gli stessi a demolirlo. Il nuovo corso di Mancini dovrà provare a spezzare questo meccanismo. Il grande problema resta lo spazio per gli italiani nei club. Esiste però una questione che nessun commissario tecnico può risolvere da solo: quanto giocano i calciatori italiani nei rispettivi club? È uno dei nodi strutturali del nostro movimento. Il Ct può scegliere, sperimentare e persino inventare soluzioni tattiche, ma alla fine deve lavorare con i giocatori che il sistema mette a disposizione. Per questo la ricerca del talento non può più fermarsi ai confini della Serie A. Gli italiani che giocano all’estero, i ragazzi cresciuti calcisticamente fuori dal nostro Paese e i calciatori eleggibili per la Nazionale rappresentano un bacino che deve essere monitorato con sempre maggiore attenzione. La Nazionale moderna non può aspettare semplicemente che il talento arrivi a Coverciano. Deve andare a cercarlo.
Donnarumma, Barella, Tonali e Bastoni: l’ossatura da cui ripartire. Ricostruire non significa necessariamente cancellare tutto. Anzi. Una nuova generazione cresce meglio quando può farlo accanto a giocatori che hanno già conosciuto la pressione delle grandi partite internazionali. Profili come Gianluigi Donnarumma, Alessandro Bastoni, Nicolò Barella e Sandro Tonali possono rappresentare una parte importante dell’ossatura sulla quale inserire progressivamente nuovi protagonisti. Ed è forse proprio questa la parola decisiva: equilibrio. Una Nazionale giovane non è automaticamente una Nazionale migliore. Così come una squadra esperta non deve necessariamente essere una squadra vecchia. Il compito di Mancini sarà trovare il punto d’incontro tra queste due esigenze. Il modulo conta, ma l’Italia deve ritrovare un’identità 4-3-3, due punte, centrocampo a tre o sistemi differenti. Il dibattito tattico accompagnerà inevitabilmente ogni partita della nuova Italia. Ma prima del modulo viene qualcosa di più importante: l’identità.
La prima Nazionale di Mancini conquistò gli italiani prima ancora di vincere l’Europeo perché trasmetteva una sensazione molto semplice: sapeva cosa voleva fare. Pressava, palleggiava, occupava il campo con coraggio. Provava a comandare le partite anche contro avversari importanti. Soprattutto giocava senza quella paura che troppo spesso aveva accompagnato alcune stagioni azzurre. Ricostruire quella convinzione sarà probabilmente più difficile che scegliere un sistema tattico. Perché l’identità non si convoca. Si costruisce.
Wembley deve essere un punto di partenza, non un rifugio. Il rischio più grande del ritorno di Mancini è inevitabilmente rappresentato dal confronto con il passato. Ogni vittoria farà tornare alla mente Wembley. Ogni difficoltà porterà qualcuno a chiedersi dove sia finita quella squadra. Ma questa Italia non deve provare a replicare l’Europeo del 2021. Sarebbe un errore. Deve semmai recuperare lo spirito che rese possibile quella vittoria: coraggio nelle scelte, fiducia nei giocatori, qualità nel gioco e capacità di creare un gruppo che percepisse la maglia azzurra come un’opportunità e non come un peso. La differenza sembra sottile. In realtà è enorme. La vera sfida di Mancini: costruire la Nazionale del futuro. C’è infine un elemento che rende questo nuovo capitolo particolarmente affascinante. Mancini torna nello stesso ambiente nel quale ha vissuto uno dei momenti più importanti della propria carriera. Ma ci torna in condizioni completamente differenti.
La prima volta doveva ricostruire dalle macerie. Questa volta deve dimostrare che una grande storia può avere un secondo capitolo senza trasformarsi nella celebrazione del primo. Ed è probabilmente questa la sfida più interessante del nuovo corso della Nazionale italiana. Non replicare Wembley. Creare qualcosa di nuovo. Una Nazionale più giovane, più larga nella scelta dei giocatori, capace di intercettare il talento ovunque si trovi e soprattutto nuovamente riconoscibile quando entra in campo. Il nuovo ciclo comincia da qui. Da un allenatore che conosce perfettamente Coverciano ma che, paradossalmente, dovrà comportarsi come se fosse arrivato per la prima volta. Perché nel calcio la memoria può aiutare a ritrovare la strada.
Ma per costruire il futuro bisogna avere il coraggio di percorrerne una nuova.

